Come si fa a scrivere di qualcosa che è impermanente?
Non lo so, me lo sto chiedendo. Lo chiedo anche a te.
Un atto permanente che descrive il suo opposto. Ho incontrato diverse persone che, mi sembrava, avessero il mio stesso problema: la sensazione che affermare o scrivere qualcosa gli impedisse poi di cambiare, idea innanzitutto. Forse non è un caso che incontro questo tipo di persone qui, mi sento capita o si sentono capiti loro anche senza che ce lo diciamo. Un mio amico di fronte al quesito mi ha detto questo: “è proprio per questo che scriviamo!”. No, allora non sono riuscita a spiegarmi bene.
È vero che può sembrare un relativismo cosmico, per dirla con uno stereotipo linguistico: il passare da una convinzione a un’altra, da un pensiero e al suo opposto fino a fare il giro e tornare quasi al punto di partenza, o leggermente di fianco. Fare il giro diventa la cosa più interessante, ma come si fa a scriverlo? Spesso la soluzione è non scrivere ma pare di perdere qualcosa e allora sembra che abbia ragione l’amico di cui sopra. Forse bisogna scrivere tanto; scrivere è un mestiere e la strada è praticare praticare; gli scrittori lo sanno. Devi buttare tanta roba prima di arrivare al punto … ma nel frattempo sei un altro, e devi integrarlo questo nuovo altro, altrimenti stai mettendo nero su bianco una cosa morta. E come fai?
Per le storie va bene, mi pare. E il resto? Oppure sono tutte storie?
Ho sempre creduto che alcuni racconti avessero il potere di spingermi in un pensiero nuovo, come fa l’amico quando ti spinge da dietro e ti dice muoviti entra (o esci). Ma non sono più tanto sicura. I racconti, quelli belli, ci risparmiano la fatica. Alcuni sono fastidiosi perché esplicitamente definitivi, radicati, ciechi. E non è un fatto di contenuti, credo, la questione; è l’intenzione del narratore, è la sua consapevolezza, è il luogo in cui lui, o lei, si trovano. È quanto sono vivi o morti. Come fanno quelli vivi a scrivere di qualcosa che è impermanente, attraverso un gesto (relativamente) permanente come lo scrivere? Insomma la domanda è ancora questa.
Sono andata fare un giro per vedere che aria tira altrove. Non mi è sembrato che il disegno o la musica siano più vive, salvo quando accadono e tu sei lì. Non mi è sembrato che il musicista o il pittore siano più capaci, no. Ma quel musicista, si, quell’amica quando scrive (un codice di programmazione nuovo), quell’uomo al bancone del bar che ti prepara il caffè, a volte mi pare che lo fanno. Cosa non so più neanche agguantarlo più. Il nuovo lo trovi nella postura di chi ha uno certo tipo di sguardo. Forse quelli che definiamo matti, forse mia madre, sotto i suoi strati e strati di convenzioni sociali che le salvano la pelle.
Si cade facilmente nella retorica, quando si scrive. La mercificazione delle parole, l’impoverimento del linguaggio e l’inesperienza mi portano facilmente lì e torno a dirmi che è meglio leggere. E mi trovo anche piuttosto d’accordo con me stessa. A te non capita mai? (Qui sto citando un caro amico, che quando lo dice, mi fa molto ridere e ci sono poche cose che mi fanno sentire tantissimo viva come ridere).
Quando scrivo mi sento un po’ presuntuosa e un po’ coraggiosa: l’effetto è essere di fronte all’ampiezza del tempo e all’insensatezza di una identità. Già è tutto superato, perché l’ho pensato. Cosa c’è di più vecchio di un pensiero?
E tu come fai? a scrivere di qualcosa che è impermanente?