Chi è il tuo dio?

Qual è quell’entità che veneri, o che temi?

Esiste nella tua vita o nei tuoi pensieri una persona, un’idea, un mito, un maestro, che adori e non tradiresti mai? Oppure una autorità che devi rispettare perché non puoi fare diversamente? Questa non è una domanda che ha a che fare con la religione, riguarda te, la tua motivazione e la tua volontà.

Se la risposta è non so, nessuno, forse ti puoi ancora salvare.

 

L’autorità e l’ideale sono la stessa cosa

Innanzitutto sembrano cose tanto diverse, l’autorità da temere e il mito da venerare, eppure sono la stessa cosa.

Se hai un maestro le cui parole non metteresti mai e poi mai in discussione o un capo che non contraddiresti mai, vuol dire che entrambi, sia il buono che il cattivo, sono autorità e ti impediscono di pensare con la tua testa. Ma non sono loro che te lo impediscono, sei tu ogni volta che attribuisci loro questo potere. Autorità e mito sono la stessa cosa quando costituiscono delle entità a cui affidi la difficile ricerca di un senso da dare alla vita, la ricerca di una direzione, di un motivo per. Sono quelli a cui affidi la ricerca del significato di questa cosa che chiamiamo vita, dal momento che è tanto difficile da trovare. Spesso lo fai senza saperlo, ovviamente. Capita a tutti.

Così facendo, il fardello di questa ricerca, che da sempre l’essere umano fa, sembra alleggerirsi; ciò che accade è la sensazione di vivere una vita a prestito. È come non essere esistiti mai.

 

L’Olimpo contemporaneo

Qualche esempio di divinità a cui accade di delegare della propria vita? Un dio, un guru, il maestro; un datore di lavoro, il marito o la moglie, un figlio. Un eroe della rete, un influencer, un coach. E ancora, più banalmente: il successo, il denaro, il tempo che non c’è.

Qual è il tuo dio?

~

Recentemente con un amico si parlava di Bill Gates e delle teorie complottiste sul suo conto. Il mio amico con assoluta certezza affermava: “come è possibile che faccia del male, un uomo come lui, e con tutti i soldi che ha”. Che Gates sia un criminale o un filantropo qui non interessa. Pensare che il denaro sia l’unico movente di scelte e azioni talvolta è rischioso. Il potere, il successo, così come altre autorità invisibili muovono le menti di molti e le loro azioni apparentemente non sensate. E noi che le osserviamo o che talvolta le subiamo, cerchiamo e non troviamo un senso.

 

L’ultimo dio: la libertà

Se credi fortemente nella libertà, faresti di tutto per la libertà, attenzione che non sia diventata anch’essa un mito (interessante lettura sulla libertà è Il mito della libertà di Chögyam Trungpa); osservare ed essere consapevoli dei propri condizionamenti, dell’impossibilità della libertà, forse è essere veramente liberi?

 

Fede e spiritualità sono due cose diverse

A scanso di equivoci preciso che fede e spiritualità sono due cose molto diverse. Della spiritualità ho già scritto in un altro articolo di questo blog. La spiritualità è virtù del carattere, è mezzo di benessere e vicinanza, è il sentirsi parte di qualcosa di più grande. La spiritualità è un esercizio, se vogliamo, per sentirsi parte di un tutto. Se allora un dio è di supporto a questo esercizio, se un maestro ti sostiene nell’osservazione di ciò che è, se non si sostituisce a te nell’osservare e nello scegliere e nel sentire, bene allora ci deve poter essere spazio anche per lui o lei. Benvenga un dio.

La fede è qualcosa che prendiamo senza se e senza ma. Rischia così di diventare l’autorità a cui deleghiamo le scelte, le difficoltà, la salvezza.

 

Salvarsi è conoscersi

Coltivare la fede, in un saggio o in un ideale, senza sentire profondamente e criticamente ciò che il saggio e l’ideale raccontano, non ci fa esistere e, cosa peggiore, generano violenza. La violenza si sente dentro di sé, attraverso una sensazione continua di conflitto, o si produce al di fuori di sé. Non credo servano esempi.

Conosci te stesso, ecco allora cosa può voler dire: abbandona ogni autorità.

Quando ciò avviene, può capitare di sentirsi soli. Ma non è la solitudine della sofferenza da isolamento, o dell’idea che abbiamo della morte. È la solitudine di chi si osserva in tutto quello che è: brutture contraddizioni rabbia e ancora energia bellezza e vita. È una solitudine di quei momenti in cui davvero ti incontri e ti vedi, in cui senti di esistere e di appartenere a quel tutto che non ha tempo e non ha spazio né fine.

 

Sii esattamente quello che sei

Conoscersi non è banale e per farlo non possiamo essere da soli (a breve un approfondimento sull’Empatia). Le relazioni sono lo spazio della conoscenza; sì, la difficoltà nella difficoltà. Essere e diventare esattamente ciò che si è richiede impegno; si può perdere per sempre.

Guarda un tuo collega, o un amico: a che ora si alza la mattina e perché? Perché fa il lavoro che fa? Quando dice non posso a chi lo sta dicendo? Perché esce con te e non con l’altro? Perché spende dei soldi per un oggetto e non ne spenderebbe mai per un altro?

Abbiamo smesso di chiederci il perché delle cose. Lo facciamo per il passato, che è spesso cosa inutile: lì sarebbe importante capire il come. Nel presente e per il futuro, ci chiediamo invece continuamente come: come fare quel lavoro, come fare con quell’amico, come fare quel viaggio o quella domanda, come risolvere quel problema. Ma sei sicuro di sapere perché?

Chiedersi perché, nel presente e per il futuro, è un buon punto di partenza per conoscersi.

Se quello che leggi qui ti sembra perfettamente logico e inappuntabile, fai attenzione a non cadere nell’ennesima delega ad un’autorità; se ti risuona e lo senti profondamente, allora stai cercando la tua vera essenza, anche tu.

È quello che faccio io ogni giorno: scoprire l’essenza dell’altro, e sempre ancora la mia.

La ricerca deve essere una ricerca autentica, quella che gli anglofoni chiamano serendipity: un’osservazione senza pregiudizi che possa confutare piuttosto che trovare conferme.

 

Osservare

Il tempo che abbiamo appena trascorso, quello del fermi tutti, è stata una grande occasione per farlo. Per osservare. Se non l’hai colto, pensaci. Fermarsi non vuol dire non fare niente. Fermarsi vuol dire guadagnare tempo per fare una cosa più vera.

Scrive Krishnamurti: un uomo sicuro di sé è un uomo morto. Una cosa viva si muove, non è ferma né sicura. Non ha certezze. Proprio come la verità: una via non esiste, esiste l’osservare e l’apprendere.

 

~

Un giorno di questi ho chiesto a mio padre chi è il tuo dio? Mi ha risposto così: che domanda difficile, è una cosa grossa, non lo so. E poi ha detto: è la tua grande aspirazione. Mio padre non è il mio dio ma certamente ha rischiato di esserlo, di costituire l’autorità per me. La mia responsabilità è trasformarlo nella mia più preziosa scuola per la vita. Solo così, tra l’altro, posso amarlo veramente.

 

~

Questo articolo è stato liberamente ispirato dalle letture di Jiddu Krishnamurti, in particolare La prima ed ultma libertà, Ubaldi Ed 1978.

2020-07-17T10:57:18+02:00